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Angelo Siciliano e la memoria contadina
Paolo Saggese
Resto ammirato di fronte alla produzione poetica, artistica e antropologica di Angelo (all’anagrafe Angelomaria) Siciliano, nato a Montecalvo nel 1946, e che, da una vita ormai, ha abbandonato con il “corpo” l’Irpinia.
Nel 1965, infatti, aveva preso la strada per Napoli, in attesa di laurearsi alla “Federico II” in economia, poi il servizio militare, e dal 1973 si è trasferito a Trento, dove ha insegnato negli Istituti superiori e tutt’ora vive con la sua famiglia.
Egli appartiene, dunque, pienamente a quelli che abbiamo definito i “poeti della diaspora”.
Del resto, lo stesso Siciliano, nella “Premessa” ad un fascicolo autoprodotto ed edito in quindici copie nel 2010, scrive: “Pur vivendo a Trento dal 1973, idealmente non mi sono mai separato dalla mia terra natale, Montecalvo e l’Irpinia.
Solido permane il senso d’appartenenza alla civiltà mediterranea”. Detto questo, occorre anche un’altra precisazione. Il percorso intellettuale e umano di Angelo Siciliano è così ricco, che non può essere sintetizzato in poche formule, e così, pur essendo poeta brillante in lingua, oltre che pittore sperimentale da sempre, ho voluto privilegiare una lettura “dialettale” per uno straordinario libro di cui parlerò a breve. La sua esperienza intellettuale ha inizio con Versi biologici (1977), cui seguono le poesie di Tra l’albero di Giuda e quello del Perdono (1987). Sono due raccolte di componimenti in italiano, che dimostrano un’eleganza e un’ispirazione non comuni, che richiamano alla memoria la migliore produzione dei poeti del Sud, da Scotellaro ad Alfonso Gatto, per arrivare agli autori della nostra Irpinia. Ed ecco alcuni versi di un canto straordinario tratto dalla seconda plaquette: “Il Sud non è morto. Ancora no! / Lo affermiamo, noi della diaspora. / Riponete, i funebri paramenti, / ricacciate le Arpie, / non vengano ancelle dolenti, / non preparate vettovaglie:/ il consòlo non è per questi tempi” (da “Il Sud non è morto”). La poesia meridionalista di Angelo Siciliano si fa, inoltre, civile in altri componimenti, in cui si racconta l’emigrazione degli uomini del Sud, le stragi nere, la corruzione e l’impotenza della politica, la distruzione della natura, la guerra imperialistica, la giustizia che è deficitaria, la crisi delle idee, l’ingiustizia sociale. Un omaggio bellissimo è ai contadini del Sud, alle madri contadine, alla propria madre e al proprio padre, presente in queste raccolte e dunque negli altri volumi, le antologie poetiche cui ha collaborato (Controparole, 1993; Tempi moderni, 2001; Fermenti, 2004; Antologia italiana, 2006), le raccolte edite e i fascicoli autoprodotti, con poesie in italiano e in dialetto montecalvese (Dediche, raccolta poetica, 1994; Trittico dell’abbondanza, fascicolo, 2004; Munticàlivu ‘mpónt’a lu siérru, fascicolo, 2006; Trilogia dell’abbandono, fascicolo, 2006; Versi famigliari, fascicolo, 2010), soprattutto un capolavoro nel suo genere, che è “Lo zio d’America. Poesie, cunti, nenie, ballate e detti in dialetto irpino, di Montecalvo Irpino (Av) con una raccolta di maledizioni – illustrazioni d’autore”, Prefazione di Mario Sorrentino, Casa Editrice Menna, Avellino, 1988. Tra l’altro, questa pubblicata è solo una parte della produzione culturale quarantennale di Angelo Siciliano, come chiarisce in una lettera privata inviatami da Zell (Trento) il 12 novembre 2010: “Avrei pronte 3-4 raccolte in lingua, mentre in vernacolo irpino sono 10-12 i libri pubblicabili”. Dunque, un posto rilevante, ma non esclusivo, è occupato dalla produzione dialettale, che trova la prima opera matura e probabilmente più organica nel citato Lo zio d’America. L’obiettivo di Siciliano era, appunto, di recuperare la memoria, in modo per così dire filologico, cioè riportando alla luce non solo la civiltà contadina, ma anche la lingua di questi uomini, che ha subito un mutamento e un declino irreversibile a partire dagli anni Sessanta. Accanto ai versi propriamente legati al mondo contadino, alcuni dei componimenti presenti nel libro sono anche un tentativo di scrivere “versi moderni dialettali” e, aggiunge lo scrittore, “anche se essi paiono in stretta relazione con la mia poesia in lingua, mi auguro possano essere considerati un modo di come il dialetto irpino può rendere forma e contenuti ispirati alla vita di oggi” (dalla “Premessa”, 14). Mario Sorrentino individua nell’Introduzione tre sezioni differenti, la prima, di “rievocazione elegiaca”, la seconda, “lirica”, la terza, “civile” – per la quale opportunamente richiama Scotellaro e Silone –, e analizza accuratamente la metrica, parlando a proposito “di narrazioni in prosa ritmica scandite da pause logico-sintattiche (paralleli illustri sono la prosodia epica germanica – ma quella è allitterativa – e russa – non allitterativa, quindi maggiormente somigliante)” (p. 9). Lo zio d’America racconta, dunque, in “prosa ritmica” un’epopea popolare dei cittadini di Montecalvo come di tutti i meridionali, e quindi l’emigrazione a partire dalla fine dell’Ottocento (condensata nella prima sezione “L’emigrazione e il contesto complessivo”), gli affetti, la morte, il mondo religioso e “magico” (“Canti funebri, religione, magia, miti, detti e malisintenzie”), e quindi argomenti di maggiore impegno sociale (“Proiezioni possibili: ballate, liriche e poesie civili”). Tra le più toccanti della raccolta si segnalano “Cantu dulurosu” (“Canto doloroso”), “Com’agghja fa, tatillu miu” (“Come farò, padre mio”), “Figliu miju, tisoru miju” (“Figlio mio, tesoro mio”), o ancora colpiscono per efficacia le poesie dedicate agli emigranti in Svizzera, al padre, al nonno, alla madre, alle madri del Sud. Ecco alcuni versi: “T’addummànnunu di quiddru / figliu luntanu, e tu / mancu ti piénzi, / ca pur’iddru téne nu panaru / chjìnu di frutti / ca so’ bèll’a bidéni, / ma so’ amari” (“Ti domandano di quel / figlio lontano, e tu / neanche ti immagini, / che pure lui ha un paniere / pieno di frutti / che sono belli a vedere, / ma sono amari”, da “Ohji ma’” = “Ohi ma’”, con temi che fanno pensare ad Antonio La Penna); “Pàtrimu” (“Padre mio”), che sembra richiamare analoghe poesie di Rocco Scotellaro, “Na mamma di lu Sud” (“Una madre del Sud”), che rimanda alla mente un poemetto struggente di Giuseppe Saggese.
Ecco l’incipit di questa poesia: “T’abbalisci ‘nd’à ‘ssi ttèrre! / Chi ti lu ffà ffà! / T’accìdi l’àlima. Mancu si tinissi / figlie ancora da mmaritàni!” (“Patisci in coteste terre! / Chi te lo fa fare! / Tu uccidi la tua anima. Neanche avessi / figlie ancora da maritare!”). In questi componimenti, come negli altri in italiano, vi è il segno di una grande testimonianza per un Sud che appare “maledetto” e che non vuole morire, che non deve morire, che deve reagire. Quest’opera è il frutto di una dolorosa diaspora, di un “tradimento” – il leitmotiv degli intellettuali sradicati fuggiti al Nord – nei confronti dei padri, delle madri, della terra, è il frutto di uno sradicamento che seppure ha prodotto una vita ricca di soddisfazioni personali e intellettuali, tuttavia non ha sanato una mancanza nostalgica. Angelo Siciliano, con il grande “monumento” che ha innalzato, un tributo d’amore alla sua terra d’Irpinia, dimostra di essere rimasto qui con il cuore, spesso anche con la mente. Le sue idee, i suoi sogni, le sue emozioni rivivono qui come a Trento e dimostrano che siamo sotto lo stesso cielo, uomini in attesa di un mondo migliore che non rinneghi il passato.
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Civiltà contadina: la Malvizza
Alfonso Caccese
[Edito 11/06/2013] La ricerca delle proprie radici è un’esigenza che prima o poi, qualsiasi individuo si sente in dovere di tradurre in informazioni reali. Talvolta, addirittura, questa operazione si arricchisce via via di contenuti di sicuro valore letterario, scientifico, poetico.Per conseguire traguardi di tali dimensioni, è opportuno esprimere una gamma di funzioni e di sensibilità di fondo talmente ampia da poter essere parafrasata senza limitazioni di sorta.
Ne possono nascere trame espressive di diversa tipologia analitica: con inclinazione alla creatività artistica o alla riscoperta dell’ uomo attraverso vere e proprie analisi del contesto sociale. Si tratta di lavori rari, però, quando se ne scopre qualcuno, lo si legge con un piacere nuovo, se non altro per appropriarsi dei piccoli tesori che in esso si celano, magari dietro un sottile velo di pudore.
A ricordare e a tramandare oralmente tutto quello che è possibile ed umanamente tramandabile è il carattere forte e duro degli abitanti di questa contrada attenti custodi della propria storia e delle proprie tradizioni. Uomini e donne forgiate dalla durezza della vita ma strettamente legati alla continua evoluzione dei tempi moderni perenni testimoni di una storia non scritta ma realmente passata in questa terra che ancora oggi mantiene tutto il suo fascino misterioso e affascinante. La mesta sobrietà di vecchi contadini che da antichi massari, si sono , trasformati in conduttori di aziende agricole moderne dove del passato resta solo la struttura organizzativa di un lavoro svolto con una cadenza di tempi connesso ai ritmi biologici della natura. In una masseria , diventata oggi una moderna villetta di campagna, incontriamo una famiglia organizzata secondo i vecchi canoni ma con opportune differenze. Accanto allo screpitio di legna che irradia la sua luce e il suo calore da una “fucagna” da antichi ricordi, il buon vecchio Antonio, questo è il suo nome ci ricorda che: “
Non è più come una volta, oggi pure nella nostra contrada tutto è cambiato, ci sono le macchine moderne che ci aiutano nel nostro lavoro, siamo diventate aziende agricole e non siamo più al tempo dei massari”. Nella sua intensa vita ha visto il mutare delle cose e coi propri occhi ha assistito alla trasformazione radicale del mondo contadino dagli inizi degli anni sessanta in avanti. Testimonianza di un epoca in cui l’analfabetismo era imperante e la popolazione, traeva sostentamento dalla coltivazione della terra e dall’allevamento del bestiame. La suddivisione della società in classi era una tremenda realtà e i lavoratori della terra rappresentavano la classe più umile. Nelle masserie luogo più importante era l’aia, da anni scomparsa per colpa della moderna organizzazione del lavoro. In questa parte centrale si procedeva alla trebbiatura dei cereali si lavorava in mezzo al baccano e alla confusione, secondo una tradizione consolidata. Una moltitudine di uomini, donne e ragazzi lavoravano alacremente sull’aia, per giorni o settimane, ammazzandosi di fatica. Si respirava polvere e si sudava tanto con la canicola di luglio e agosto, per mettere da parte il raccolto dei cereali per l’inverno e anche la paglia per le bestie. A partire dagli anni Settanta, le nuove macchine tecnologicamente avanzate ( le mietitrebbiatrici ) capaci di operare anche sui declivi delle colline, hanno risolto ogni problema con la trebbiatura effettuata direttamente nei campi coltivati e la consegna, ai relativi proprietari, dei sacchi pieni di grano a domicilio. In questo modo sono scomparse delle affascinanti figure ottocentesche di lavoratori rurali, oramai confinati nei ricordi di un tempo che fu. Anche il paesaggio rurale in questi decenni è mutato, sia per l’introduzione di nuove tipologie di coltura che per l’uso diffuso delle macchine agricole che hanno sostituito il lavoro umano. [Nativo] -
Ciliegie, folklore e tradizioni: il territorio si racconta
Alfonso Caccese
[Edito 13/06/2013] E’ tutto pronto per la “Festa delle ciliiegie”, organizzata, per la giornata di sabato 15 giugno 2013, dalla Pro loco Montecalvo anche se la stagione che sta per finire è stata poco felice e ha messo a rischio la produzione del piacevole frutto. Ma organizzatori e coltivatori ce l’hanno messa proprio tutta e si presenteranno puntuali alla popolazione offrendo ad essa dolci a base di ciliegie e assaggi di vari tipi di ciliegie prodotte dal nostro territorio.
Una buona vetrina anche per i visitatori che affluiranno nel nostro comune per cogliere le peculiarità e la squisita bontà della nostra produzione di “cirase”. Alla manifestazione parteciperanno gli alunni della scuola primaria coordinati dagli insegnanti Filomena Iampaglia, Gian Bosco Cavalletti e Giuseppina Lanza, con uno spettacolo mirato alla riscoperta dei valori storici e folkloristici dell’antica tradizione montecalvese. Verrà rievocata la “sfilata nuziale”, il corteo degli sposi, e i bambini rigorosamente tutti in costume tipico , raggiunta piazza Vittoria, inizieranno uno spettacolo musicale con canti e balli della tradizione. Una manifestazione curata in ogni particolare dagli insegnanti che intendono così inculcare ai loro alunni, futuri uomini e donne di montecalvo, l’amore per la storia e la cultura delle antiche tradizioni. [Nativo] -
L’Estate Montecalvese 2012
[Edito 23/08/2012] Anche l’estate 2012 può considerarsi ormai archiviata. E se da un lato sono da considerare legittime le critiche per un cartellone piuttosto parco (giustificato comunque da una serie di circostanze non trascurabili) in quanto a numero di eventi, NON altrettanto si può affermare per la qualità degli eventi stessi. Molte le novità quest’anno soprattutto sul fronte motoristico con l’inedito e adrenalinico spettacolo del freestyle e il tanto atteso ritorno, dopo numerosi anni di assenza, della gara di Kart su circuito cittadino.
Paolo Cauteruccio Due appuntamenti che hanno regalato emozioni ed adrenalina a fiumi agli appassionati ma anche a chi vi si è avvicinato spinto dalla curiosità. Il Freestyle Air Contest è stato fortemente voluto e organizzato dall’Associazione I Lupi dell’Irpinia che ha dovuto affrontare, come ha ricordato il presidente Massimo Manganiello, non poche difficoltà. All’iniziale ed esoso impegno economico a garanzia della macchina organizzativa, si sono presto aggiunti anche problemi di natura logistico-burocratici. Ma grazie alla forte passione che anima i tanti giovani dell’Associazione la manifestazione si è svolta come da programma nei giorni 17, 18 e 19 agosto a partire dalle 20,30. La manifestazione è stata annoverata come il più grande evento freestyle motocross / quad freestyle concepito nell’Irpinia. Molteplici le esibizioni a cui gli spettatori hanno assistito: dal quad freestyle con il n°1 assoluto al mondo,( lo sloveno ALES ROZMAN pilota ufficiale KTM ) che ha saltato con il suo KTM SX505 per la prima volta in carriera in quel dell’Irpinia in compagnia di altri atleti provenienti dagli Usa , dalla Repubblica Ceca , dalla Francia e anche dall’Italia con il pugliese FRANCESCO BIANCO, meglio conosciuto come Ciccio White . A presentare l’evento, l’indiscutibile patron del freestyle italiano CLAUDIO TIERI, noto anche per il suo passato come speaker di diverse emittenti radiofoniche italiane e per vari film girati con la sua organizzazione. Da segnalare inoltre che l’evento era inserito tra le prove ufficiali della EUROPA INTERNATIONAL CUP.
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Romanzo popolare
Una vera storia d’amore
Mario Aucelli
[Edito 07/05/2013] Da poco è entrato nel circuito delle librerie un bel volume del Montecalvese Antonio Stiscia. Si tratta di una intrigante saga familiare bene ambientata e coinvolgente. Le persone di una certa età, che hanno vissuto l’epoca trattata dal libro o ne hanno sentito parlare in famiglia da ragazzi, dalla narrazione vengono coinvolte e spinte ad arrivare, subito, alla fine del romanzo per rivivere quel periodo che caratterizzò un’epoca della comunità certamente non lieta. Il volume è incentrato sulla “vita” di una contadinella, Felicita, e di un signorotto, Don Antonio, appartenente ad una famiglia blasonata e ricca che, ad un certo punto, per varie vicissitudini, si trova sul lastrico. Don Antonio, aveva un fratello che a Napoli, con dei soci, aveva aperto un istituto bancario. Ad un certo punto la banca fallì e il rampollo della nobile famiglia montecalvese dovette vendere tutta la sua estesa proprietà per far fronte agli impegni assunti con i risparmiatori. Anche don Antonio, per evitare la brutta figura alla nobile casata, impegnò i suoi beni per salvare il fratello.E pensare che don Antonio aveva passato tutta la sua giovane esistenza a folleggiare e corteggiare, corrisposto, nei teatri di Napoli e Parigi, le statuarie ballerine. Tornato a Montecalvo (nel libro il paese non viene mai nominato), per un consiglio di famiglia, mentre andava a controllare le sue terre, il cavallo che montava, lo disarcionò e don Antonio riportò un grave trauma alla colonna vertebrale.Passò tanto tempo immobile a letto, senza potersi muovere “nelle 40 e più stanze del palazzo di famiglia”, assistito amorevolmente dalla giovanissima orfana Felicita che era stata “adottata” dallo zio arciprete di don Antonio:
Don Fedele. La giovane dai capelli biondi come l’oro e dalla bellezza e dalla “solidità” di una statua greca, giorno e notte assistette il “signorino”. La frequentazione quotidiana portò al “fattaccio”. La ragazza si scoprì incinta. Don Fedele, lo zio arciprete, per evitare lo scandalo la collocò fuori paese in casa di parenti fidati. Non l’abbandonò mai… Mi fermo qua.
Non svelo come l’autore fa finire l’avventura del donnaiolo Don Antonio. Sollecito il lettore a comprare il libro e a leggerlo. Scoprirà un’epoca e un “fattaccio” che, sebbene tenuto nascosto, divenne di dominio pubblico. L’autore, Antonio Stiscia, laureato in giurisprudenza, ha pubblicato il suo primo romanzo con la Società editrice Passione Educativa di Benevento. Il titolo del libro è: “Romanzo popolare, una vera storia d’amore”. BravoAntonio. [Nativo] -
L’opera di Don Teodoro Rapuano a Montecalvo Irpino
Angelo Siciliano
[Edito 25/08/2011] Don Teodoro Rapuano, giovane parroco, era assegnato il 3 settembre 1999 ai fedeli di Montecalvo Irpino, facente parte dell’Arcidiocesi di Benevento. È grazie alla sua opera instancabile, che tutte le attività della Parrocchia San Pompilio Maria Pirrotti, sorta il 25 dicembre 1999 dalla soppressione delle due preesistenti parrocchie di San Bartolomeo e di San Nicola, si proiettavano, nel decennio successivo, verso le grandi celebrazioni giubilari del 2009-2010. È, il suo, autentico ‘innamoramento mistico’, molto operoso, per la vita eroica di S. Pompilio e per la Madonna dell’Abbondanza, “Mamma Bella” per il Santo montecalvese, che sono diventate i punti nodali della sua opera pastorale, dell’attività liturgica e di catechesi per promuovere la conversione, la spiritualità e la fede dei Montecalvesi e dei pellegrini che vengono in paese. Probabilmente, il tutto subì una brusca accelerazione quel fatidico 16 marzo 2001, quando, murate in un sottoscala di casa Pirrotti, oggi incorporata nel Museo della Religiosità Montecalvese e della Memoria Pompiliana, furono rinvenute tre statue lignee: la Madonna dell’Abbondanza, S. Lorenzo martire e il busto della Madonna Addolorata. Erano appartenute alla famiglia gentilizia montecalvese dei Pirrotti e, dopo un lungo, delicato e meticoloso restauro, sono tornate alla devozione dei fedeli. Ma, oltre alla suggestione collegata a questo inatteso ritorno, c’è un mistero che riguarda la cinquecentesca statua della Madonna dell’Abbondanza, rivelatosi proprio in sede di restauro: un teschio, ben riconoscibile, nella pupilla vitrea del suo occhio destro. In questi anni, grazie all’opera instancabile di don Teodoro, che intanto è diventato abate, a Montecalvo si realizzava quanto segue: soppressione, il 25 dicembre 1999, delle due Parrocchie di San Bartolomeo e di San Nicola per la successiva istituzione della nuova Parrocchia San Pompilio Maria Pirrotti; consacrazione, il 29 luglio 2000, della Chiesa parrocchiale di San Bartolomeo; l’inaugurazione, il 13 agosto 2000, del Santuario Parrocchiale della Regina della Pace in Contrada Malvizza; consacrazione, il 9 dicembre 2000, della ricostruita Chiesa di San Nicola presso il castello diroccato di Corsano; arrivo a Montecalvo, nell’agosto dell’Anno Santo, dell’urna con i resti mortali di San Pompilio proveniente da Campi Salentina; nell’Anno del discepolato, visita dell’urna con i resti mortali dell’Apostolo San Bartolomeo; riconsacrazione e riapertura al pubblico, il 23 marzo 2002, della Chiesa Madre, già Collegiata di Santa Maria Maggiore; consentito, dal 25 aprile 2002, il culto della statua di Mamma Bella dell’Abbondanza, ritrovata nel Palazzo Pirrotti il 16 marzo del 2001; presentazione, l’8 marzo 2003, della cappella Carafa restaurata; apertura, l’11 gennaio 2004, della casa delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto; realizzazione del Centro di Pastorale Giovanile, su un terreno ridonato alla Parrocchia il 2 agosto 2005; creazione nel 2005, come vera e propria operazione sinergica con alcuni giovani montecalvesi, della rivista Disputationes Pompilianae, di cui è direttore responsabile -
Il romanzo di Don Teodoro Rapuano “Crisci santo”
Angelo Siciliano

Don Teodo Rapuano
[Edito 25/08/2011] La pubblicazione del libro su S. Pompilio, Crisci santo, pp. 189, pensato come romanzo dall’autore, don Teodoro Rapuano, per le Edizioni Montecalvo 2010, è stato stampato nel marzo 2011 dalla Tipolitografia Borrelli srl, San Giorgio del Sannio (Bn). Tratta della vita del santo e ne illustra l’apostolato riportando anche diversi aneddoti. ‘Crisci santo!’, in dialetto montecalvese, è un’esclamazione beneaugurante ed è il massimo che si possa augurare a un bambino: “Cresci nella grazia di Dio!”. Invece, l’altra esclamazione, ‘Binidica!’, sempre beneaugurante, invoca Dio, affinché sia lui stesso a benedire e ad avere un occhio di riguardo per il bambino. Tuttavia, nella memoria collettiva esistono anche diverse maledizioni in dialetto – che non è il caso qui di riportare – che il maledicente scaglia, invocando l’intercessione di un santo o addirittura di Dio stesso, per provocare del male al destinatario dell’anatema. Su S. Pompilio, che ebbe vita assai avventurosa, a causa delle persecuzioni da parte dei suoi detrattori, esiste un’interessante bibliografia, alcune biografie e la pubblicazione delle sue lettere. Ma è un santo che ha rischiato l’oblio, perché canonizzato a 168 anni dalla morte e perché i compaesani, nonostante la persistenza di qualche aneddoto, l’avevano parecchio trascurato preferendogli altri santi come S. Felice martire, patrono di Montecalvo, la cui urna con le ossa è nella Chiesa Abbaziale di S. Maria Maggiore e fu dono nel 1673 di papa Clemente X a Carlo Pignatelli, duca di Montecalvo, e S. Antonio da Padova. Poi è arrivato don Teodoro, infaticabile, e le cose si sono messe finalmente per il verso giusto. Nel senso che lui non solo ha restituito S. Pompilio con i suoi tanti miracoli al paese natale, ma, come scrive nella “Premessa” del romanzo, invita a scoprire il centro storico del paese come un “reliquiario a cielo aperto, dove i luoghi, le pietre, i vicoli rimasti parlano ancora di lui e dove i tanti riferimenti storici possono essere collocati e ricostruiti facilmente senza troppa immaginazione”. Quindi, don Teodoro invita il lettore a stupirsi di fronte agli eventi soprannaturali, che hanno caratterizzato e riempito la vita del santo, e a liberarci dalla razionalità per cogliere le presenze di cui Dio riempie continuamente i nostri giorni. Il romanzo, con una prosa scorrevole e vivace, in cui non pesano i riferimenti storici, anzi ne sono un corollario essenziale per circostanziare luoghi, fatti e persone, narra la vita di S. Pompilio passo passo, dal primo vagito sino alla Gloria, vale a dire la beatificazione e la canonizzazione, passando attraverso tutti i travagli e le vicende della sua vita terrena. Insomma, questo romanzo contribuisce finalmente a umanizzare il nostro santo. Lo sottrae agli schematismi storici delle biografie, che rendevano la sua figura accostabile con difficoltà anche da parte dei fedeli, e lo colloca alla portata di tutti. Il volume si chiude con i pensieri pompiliani, la cronologia della vita del santo e la bibliografia di riferimento. [Nativo][Bibliografia di riferimento]
[Teodoro Rapuano – Crisci santo. Tipolitografia Borrelli, San Giorgio del Sannio, BN, 2010]
[Crediti│Foto: Franco D'Addona] -
Annunziata Blundo non è più tra noi
Angelo Siciliano
[Edito 17/06/2011] “Nunzia’!”, così la chiamava il marito, Felice Cristino, ad Annunziata Blundo. Ma per noi era “zi’ Nunziata ”, una bella donna contadina, alta, un portamento da matrona, una grande mamma per i tre figli, che ancora ricorrevano a lei, e nonna amorevole con tutti i nipoti. Il marito se ne andò a 89 anni all’inizio di febbraio 2010. Lei, nata il 9 febbraio 1930, di anni ne aveva fatti 81 e li portava bene.La loro vita era scandita dall’alternarsi delle stagioni, dalle siccità e dalle piogge talvolta dannose, dagli usi e costumi, di cui erano depositari e che sapevano trasmettere con naturalezza e cordialità a coloro che li frequentavano. La loro casa era aperta a tutti. E poi si andava via con animo leggero, dopo aver scherzato e sorriso insieme, sulle piccole meschinità della vita. Dopo la morte del marito aveva resistito da sola per alcuni mesi nella casa in campagna, dov’era vissuta da sempre col marito con tante comodità (li cummilità): il pozzo, il forno l’orto, il pollaio, l’ovile con pecore e agnelli, i conigli, i cani, i gatti, il vigneto, l’uliveto, tante piante da frutto in giro, la campagna coltivata a cereali e a foraggere per farne fieno. Poi si era trasferita dalla figlia. Sempre in una casa di campagna. All’improvviso, qualche mese fa, un male subdolo ha cominciato a minarne la salute.
Poi, la terapia del dolore. Ha potuto godere di tutta l’assistenza possibile e immaginabile, come si costumava una volta nella civiltà contadina, in casa della figlia. Ci ha lasciato a mezzogiorno in punto, il 14 giugno 2011. Se n’è andata alla stessa ora in cui la lasciò il marito,zi’ Filìci “ Insomma, quasi una chiamata! Ora il cerchio si è chiuso. E vogliamo ricordarla con una filastrocca che lei talvolta ci recitava: “
Calànnu lu sole, / facènnusi nòtt / esce lu lupu da lu vòscu, / caccia lu padrone da la casa! ” (Al tramontar del sole, / facendosi notte / esce il lupo dal bosco, / caccia il padrone dalla casa). Si sa bene chi è “ lu lupu ” in questi casi . Ma abbiamo una certezza: quella casa non resterà chiusa per sempre! [Nativo]
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Giovanni Iorio lascia il Consiglio comunale
Francesco Cardinale
Un avvicendamento all’interno del gruppo consiliare di opposizione Montecalvo Domani: il consigliere Giovanni Iorio ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico a causa dell’incompatibilità prevista dalla legge con il nuovo ruolo lavorativo assunto presso l’ASL (Casa di Comunità – Montecalvo Irpino, distretto di Ariano Irpino).
La decisione, come spiegato dallo stesso Iorio in una comunicazione rivolta ai componenti del gruppo, è stata dettata da ragioni esclusivamente formali e normative e non comporta alcun allontanamento dall’attività politica o dall’impegno portato avanti finora.
Il consigliere dimissionario ha infatti voluto rassicurare i propri sostenitori, sottolineando che continuerà a garantire la propria presenza e il proprio contributo all’interno della formazione, confermando la volontà di proseguire il percorso intrapreso nell’interesse della comunità montecalvese.
A subentrargli in Consiglio comunale sarà Francesco Fioravanti, al quale sono stati rivolti gli auguri di buon lavoro e la piena fiducia affinché possa proseguire con serietà e competenza l’attività di opposizione.
Si tratta, dunque, di un cambio che non modifica gli equilibri interni né la linea politica del sodalizio, pronto a proseguire con la consueta dedizione il proprio lavoro amministrativo e di controllo. -
Casa di Comunità, si amplia l’offerta sanitaria
[1]Si informa la Cittadinanza che da lunedì 2 novembre presso la nostra Casa di Comunità partiranno anche i servizi amministrativi. Finalmente si potrà fare direttamente qui in paese, senza dover andare ad Ariano, pratiche importanti come: la scelta del medico di famiglia, le esenzioni, le prenotazioni per visite ed esami, e tutte le informazioni per l’accoglienza.È un piccolo passo che rende la nostra Casa di Comunità ancora più accogliente e vicina ai bisogni di tutti, soprattutto dei nostri anziani e di chi ha più difficoltà a spostarsi.Redazione
[1]
Nota dell'Amministrazione Comunale di Montecalvo Irpino