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Il Trappeto
Angelo Siciliano
[Edito 03/12/2005] Abbandonato a se stesso dal 1962, il Trappeto sta sgarrupànnu da tutte le parti. Ogni stagione piovosa sfonda altri tetti, provoca nuovi crolli, cancella altre case. Altre storie di famiglie e ricordi di vita vissuta spariscono per sempre. E circolano voci che si provvede a smontare i portali e li si fa sparire. Forse, furti su commissione. Certamente queste case, le cui perizie furono utilizzate per ricostruire altrove i nuovi alloggi, non sono “I Sassi di Matera”, dichiarati dall’Unesco “Patrimonio dell’umanità”. Anche lì la gente era stata trasferita altrove, in nuovi alloggi popolari costruiti appositamente. Da qualche anno, con gli incentivi del comune e dei fondi sociali europei, la gente sta ritornando. Ripristina le vecchie case e riprende ad abitarle. Lì non si è atteso che tutti i tetti collassassero. E vi si organizzano mostre d’arte internazionali, e arrivano i turisti. Matera non è al Nord. È Sud più profondo del nostro. E devo aggiungere che la Lucania l’ho sempre ammirata. E l’ho percepita un po’ come terra mia, per un fatto culturale, per l’orgoglio della sua gente, che attraverso i propri rappresentanti ha saputo far sentire spesso la sua voce, dando visibilità ai suoi problemi. Lì ritrovavo ciò che da noi si distruggeva, come se fosse passato di moda. Come si getta un abito vecchio. Idealmente lì mi rifugiavo, quando si faceva pressante la nostalgia, perché la storia di quei luoghi, capace talvolta di attirare l’attenzione nazionale e internazionale, mi pareva che “vendicasse” un po’ anche la nostra, per molti aspetti simile a quella lucana, ma sempre silenziosa, ossequiosa, capace solo di andare a braccetto o a rimorchio di politiche locali indolenti e clientelari, fini a se stesse. -
Fatti e antefatti
Angelo Siciliano

Il Palazzo Ducale dopo i recenti lavori di ristrutturazione [Edito 03/12/2005] È certamente meritorio che, dopo oltre quaranta anni di totale abbandono, le sinergie pubbliche abbiano deciso di allentare i cordoni della borsa, per elargire i fondi necessari e consentire di salvare, consolidare e ripristinare quanto rimane del castello di Montecalvo Irpino, su cui era il Palazzo ducale, ultima residenza dei duchi Pignatelli. Ciò che è rimasto di questa struttura medievale e dei rimaneggiamenti successivi, probabilmente lo si deve a chi progettò i muri inclinati a mo’ di contrafforte, contro cui nemici umani e naturali, come terremoti ed agenti atmosferici, si sono accaniti per secoli, senza averne ragione. Un po’ come è successo per l’Ospedale di Santa Caterina d’Alessandria, in Via Lungara Fossi, che resiste ostinatamente alle ingiurie del tempo, anche se quando piove molto qualche sasso si stacca e cade giù. Del castello ci sono pervenuti i locali seminterrati, mentre degli edifici superiori restano qualche brandello di muro diroccato e un’ampia spianata, fruibile come belvedere sugli ampi panorami circostanti, o per estemporanei spettacoli estivi. Nel progetto di recupero sono previsti la ricostruzione degli edifici superiori, dov’era il Palazzo ducale, e del campanile di Santa Maria, di cui rimane a terra una campana.
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Giovanni Bosco Maria Cavalletti
Giovanni Bosco Maria Cavalletti nasce a Montecalvo Irpino il 19 agosto 1954. E’ docente di scuola elementare daI 1974. Nell’anno accademico 1987-1988 consegue il Diploma Superiore di Scienze Religiose presso l’Istituto “Giuseppe Moscati” di Benevento. Studioso di storia patria, pubblica saggi e testi di storia offrendo la sua collaborazione (anche come coautore) a numerose riviste locali e nazionali (citiamo alcuni scritti: Montecalvo Album di famiglia; Fonti per la storia di Montecalvo Irpino (2 voll.); Montecalvo dalla pietra alla Storia; Il Beato Felice da Corsano e la sua Riforma Illicetana; S. Pompilio M. Pirrotti: ultima lettera a Montecalvo?; Colori, sapori e arte nella Valle del Miscano; La via Traiana nella religiosità antica e medioevale; ecc.). E’ stato più volte presente in trasmissioni televisive nazionali quale esperto della cultura storico-antropologica dell’area appenninica dell’Italia Centro Meridionale (citiamo alcune partecipazioni: trasmissioni della RAI: “Utile e futile vi invita tutti a tavola”; “Uno Mattina” aspetti culturali della tradizione folklorica (pacchiane) sannito-irpina; “Uno Mattina: notte delle janare”; Mediaset-Rete 4: trasmissione “Miracoli”).
E’ tuttora consulente e componente di vari comitati scientifici.Nel 1986 riceve in Roma il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri per il suo romanzo storico Il cardo di San Giovanni[1], opera prima, con la prefazione di Giancarla Mursia, titolare della nota casa editrice.
L’ultima opera pubblicata da Gianbosco, nel mese di novembre 2005, è: I teschi che parlarono di Dio. Nel 1990 il Rev.mo Padre Generale Giuseppe Maria Balcells Auriach gli conferisce il Diploma della Fraternità dell’Ordine delle Scuole Pie. Nel 1991 è finalista, a Milano, del Premio Letterario Montblanc — the art of writing per il romanzo giovane, giuria composta da Camunia, Garzanti, Longanesi, Mondadori, Rizzoli, Rusconi, sotto la presidenza dell’editore Giancarla Mursia. Nel 1996 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, motu proprio, gli conferisce, per meriti culturali, l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel 2011, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia pubblica il volume C’eravamo anche noi…l’Unità d’Italia in Irpinia e dintorni, Tipografia Borrelli srl, San Giorgio de Sannio.
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[n.d.r.│Trattasi di un refuso: in realtà, Cavalletti ricevette il premio per Fonti per la Storia di Montecalvo Irpino e non per Il Cardo di San Giovanni.][Bibliografia di riferimento]
[Mario Aucelli – La memoria restituita – La mente. Irpinia Libri, Av, 2026] -
La chiesa di S. Gaetano Thiene
Angelo Siciliano
[Edito 03/12/2005] Nell’agosto 2000, in occasione della conferenza “I Giubilei e Montecalvo”, organizzata dal Comune, e a cui partecipavo come relatore, facevo la conoscenza di Lucia Portoghesi, anche lei relatrice, archeologa e fondatrice del museo di Altavilla Irpina, nonché esperta di tessuti antichi. Qualche giorno dopo ero in visita al museo di Altavilla, bene allestito e ricco di importanti reperti. Lei, che mi faceva da guida, mi confidava che probabilmente le sarebbe stato affidato l’incarico di aprire la cripta della chiesa di San Gaetano Thiene a Montecalvo, edificata nel 1653 dal barone Battimelli e poi lasciata in eredità alla famiglia Bozzuti, ramo materno di San Pompilio Maria Pirrotti, unico santo dell’Irpinia. Gli obiettivi sarebbero stati il recupero, lo studio e la valorizzazione dei reperti in essa contenuti, con le salme dei componenti della famiglia Bozzuti che ancora vi sono sepolte. Chiedeva la mia disponibilità a collaborare con lei in quell’impresa, per me inusuale e affascinante. Naturalmente acconsentivo. Ma quel progetto sarebbe finito a ppaglia d’uóriju, come si diceva una volta in paese, cioè in un nulla di fatto. Data dal 1962 l’abbandono di questa chiesa. Per anni ne è stato fatto scempio, attraverso un uso dissacrante e vergognoso. Si è consentito di adoperarla come stalla, dimora d’asini e capre, d’imbrattarla di sterco. E i conigli scavavano tane sotto l’altare. Di essa restano ancora in piedi i muri perimetrali. E la cripta è sempre lì, probabilmente intatta. Fino a quando non crolla il pavimento. Mi capitava di leggere recentemente che essa non rientra tra le 378 chiese, per le quali la regione Campania ha stanziato fondi per la manutenzione ordinaria e straordinaria. Trovo personalmente questa cosa assai grave, perché, trattandosi di un luogo rilevante storicamente per il paese, chi doveva muoversi, per accedere ai fondi regionali, ha omesso di farlo. [Nativo] -
Strutture disastrate ma recuperabili
Angelo Siciliano

Chiesa di San Nicola in località Corsano [Edito 03/12/2005] Curiosando per le campagne di Montecalvo, dove i ripetuti terremoti e l’incuria umana hanno avuto un evidente effetto sinergico negativo e distruttivo, si scopre con sorpresa che non tutto, per fortuna, è perso irrimediabilmente. Anche se quasi tutti gli antichi casini sono stati atterrati, tra le tante costruzioni moderne e anonime, edificate con i fondi per la ricostruzione post terremoti, spesso disabitate, o forse mai abitate, se ne incontrano alcune disastrate, ma ancora di grande rilevanza e dignità. E se vi fossero le indispensabili risorse finanziarie, l’interesse e la buona volontà della gente, e la sensibilità di qualche intelligenza illuminata, molto del nostro passato, della nostra storia, della nostra cultura, con gli opportuni progetti di recupero e risanamento, si potrebbe ancora recuperare, salvare e tramandare. Altrimenti non resta che archiviare con fatalismo questa perdita che attiene alla memoria collettiva, con la conseguente cancellazione della storia dei luoghi, in cui tante famiglie, per secoli, generazione dopo generazione, hanno lavorato duramente e sacrificato la propria esistenza. Se si ritrovassero, attraverso queste strutture rinate, il nostro passato e la nostra cultura, ci si riapproprierebbe dell’identità perduta, si riscoprirebbe un mondo di valori e il senso di un’appartenenza smarrito. Non va trascurato che il loro recupero potrebbe creare le premesse per nuove opportunità di lavoro ed essere quindi una fonte di reddito per i giovani della zona, incoraggiandoli a non abbandonare la propria terra per andare a cercarsi altrove un incerto avvenire. L’idea del recupero mi balenava, osservando l’ottimo lavoro che è stato fatto per la chiesa di San Nicola, proprio a Corsano che, fino a qualche anno fa, era un rudere col tetto sfondato. I muri pericolanti stavano a malapena in piedi. Ebbene, a questa chiesa è stata restituita una dignità nuova di luogo di culto, nel rispetto della tipologia architettonica originale. Si è provveduto a salvare, in questo modo, non solo un luogo di fede, ma sicuramente un edificio che, assieme al castello, è anche un punto nodale della storia della contrada. E con i tempi che corrono non è poco. Ebbene, prendendo spunto dall’esito del recupero di questa chiesa, meritano di essere portate all’onore della cronaca tre strutture [1]eclatanti, per le quali si dovrebbe intervenire per tentare un salvataggio, sicuramente non facile, ma con i mezzi e gli accorgimenti tecnici di cui oggi si dispone, probabilmente non impossibile. Si può restituire ad esse la dignità di luoghi di storia e di cultura. «Ma si tratta di strutture private!», mi par di sentire. E l’obiezione si ripete all’infinito. Certo, si tratta in tutti i tre casi di strutture private, e questo non fa che complicare le cose. Ma l’Ente pubblico non può stare a guardare sempre passivamente, fino a che l’ultima pietra non sia definitivamente caduta.Se il privato non ha i fondi necessari, o non ha interesse a investire risorse nel recupero delle proprie strutture architettoniche disastrate, che hanno o possono avere rilevanza storica e sociale, e fare da traino per l’economia e lo sviluppo della realtà locale, è proprio la Pubblica amministrazione che dovrebbe attivarsi, perché edifici come questi non vadano persi definitivamente. [Nativo]
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[Il Castello di Corsano│Il casino di Stiscia in contrada Marinella│Il complesso edilizio della Malvizza] -
Il Castello di Corsano
Angelo Siciliano

Castello di Corsano: particolare della struttura superstite [Edito 03/12/2005] Il Castello di Corsano, che faceva capo a un feudo autonomo nel medioevo. Era diverso e forse esteticamente più bello del castello di Montecalvo, perché più residenza abitativa civile che fortezza. È crollato a seguito dei terremoti del Novecento: 1930, 1962 e 1980. È invaso dalla boscaglia che avanza inesorabilmente, come la giungla nei templi della Thailandia, o del Messico dei Maya e degli Aztechi. Ma diverse strutture murarie sono ancora in piedi. E poi al suo interno si trovano i pezzi del frantoio dell’olio, funzionante ancora alla fine degli anni Cinquanta, integri nelle parti metalliche e in pietra. Esistono di esso le foto scattate prima del terremoto del 1930. Si potrebbe recuperare e ricostruire buona parte dei suoi ambienti crollati, risanarlo e destinarlo alla storia della produzione del grano, dell’olio e del vino, istituendovi un Museo della civiltà contadina. In questo modo lo si farebbe diventare un luogo di storia e archeologia sociale, raccogliendovi i reperti e gli strumenti di lavoro dismessi, ancora reperibili sul nostro territorio. [Nativo]
[Crediti│Foto:Angelo Siciliano] -
Il casino di Stiscia in contrada Marinella
Angelo Siciliano
[Edito 03/12/2005] Del casino di Stiscia rimane in piedi solo metà facciata, quella di destra guardando con le spalle rivolte al paese. L’altra metà fu abbattuta in ottemperanza alla legge sulla ricostruzione post terremoto. In seguito è crollato il tetto ma è rimasto il solaio del primo piano. È una costruzione pervenutaci dai secoli passati (che risalga all’epoca normanna?). Già restaurato e ripristinato in passato, con le sue sajittére, feritoie da cui sparare, era degno delle più belle masserie fortificate di Puglia. A osservarlo nello stato in cui è attualmente, suona come un delitto aver abbattuto parzialmente una struttura unica nel suo genere, consentendo che fosse ridotto nello stato pietoso in cui si trova. Andava risanato interamente e non ordinato l’abbattimento parziale, per lo sfruttamento della perizia per l’edificazione di una casa colonica qualunque. Suona come una beffa che, poco distante, sia stato edificato uno pseudo-castello medievale, turrito e merlato, degno di un villaggio di cartapesta di Walt Disney. E tuttavia questo casino si potrebbe ricostruire nella parte abbattuta e risanarlo prima di tutto nella sua facciata, e poi anche nel suo insieme. Di sicuro rivivrebbe ancora per qualche secolo e lo si potrebbe inserire in un itinerario agroturistico. [Nativo]
[Crediti│Foto:Angelo Siciliano] -
Il complesso edilizio della Malvizza
Angelo Siciliano
[Edito 03/12/2005] Il complesso edilizio della Malvizza è costituito dall’antica Taverna del Duca, dalla masseria di Stiscia, con l’annessa chiesa, dal casino e dalla masseria di Manzella, un lungo abbeveratoio e altre costruzioni abbandonate che erano adibite a stalle o a depositi. Esso si trova sulla strada, al bivio per Ginestra degli Schiavoni e Castelfranco, il che non guasta. È un nucleo architettonico straordinario. Unico nel suo genere. Non ve ne sono di simili in giro. Un complesso fantastico, solo a osservarlo. Pure nello stato di abbandono e sofferenza in cui versa da anni. E il tutto si arricchisce di un’aura particolare che rimanda al mito antico – le Bolle della Malvizza, Préta pìcciula, il Ponte dei diavoli, il Tratturo – che aleggia ancora su questo vasto paesaggio rurale, già frequentato dai cacciatori raccoglitori del paleolitico, e che da sempre ha alimentato l’immaginario collettivo. A Villamaina (AV) si sta recuperando, e reintegrando nelle parti crollate, la locale Antica Taverna. Sulla sua tabella tecnica esposta, è scritto che essa è da destinare ad attività ricettive culturali e turistiche nell’ambito del “Patto Turismo”. Alla luce di questo fatto, non si capisce perché non debba essere recuperata anche la Taverna del Duca, che oggettivamente è molto più bella di quella di Villamaina. Ipotizzando il recupero delle altre strutture, le masserie, la chiesa e il casino, si potrebbe progettare l’istituzione di un “Parco Architettonico Rurale della civiltà agropastorale alla Malvizza”, per recuperare una cultura cancellata, un’agricoltura e una pastorizia dimenticate. Pur con un occhio al passato, esso potrebbe proiettare verso il futuro, attivando sinergie, risorse umane e finanziarie per un’agricoltura adeguata alle esigenze attuali. E la Legge sul censimento delle masserie, e il finanziamento per il loro recupero, sarebbe uno strumento idoneo, per intraprendere una via possibile verso una rinascita. La creazione di un parco siffatto dovrebbe privilegiare la riscoperta dell’artigianato, la valorizzazione dei prodotti locali di nicchia, l’attivazione di circuiti turistici e di svago, il gemellaggio fruttuoso, e non solo di facciata, con aree geografiche similari più fortunate e importanti, la valorizzazione delle risorse ambientali, storiche e archeologiche. Non ci si dovrebbe mai dimenticare che, tutti insieme, abbiamo un dovere verso le generazioni future: non si può lasciare loro un mondo inquinato, impoverito di risorse e beni culturali, senza prospettive e una speranza di crescita in cui credere. Recuperare queste strutture sarebbe come dare dei punti cardinali di riferimento e qualche certezza, in un luogo che ne ha tanto bisogno.È chiaro che queste costruzioni, se ristrutturate, dovranno tornare a nuova vita. Non potranno essere le nuove cattedrali nel deserto. Il Sud ne ha già sofferto tanto in passato e per il futuro non ne ha assolutamente bisogno. [Nativo]
La Taverna del Duca -
Associazione Libera Mente
[Edito 14/06/2013] Una cittadella dei giovani nell’ex complesso scolastico Pirrotti di via Fano a Montecalvo Irpino. Ecco cosa punta ad essere la struttura che vede coinvolti ragazzi del luogo, dell’arianese e di diversi comini limitrofi, tutti mossi dallo stesso obiettivo di socializzazione e aggregazione. Ma anche di sviluppo dei talenti locali. Una grande onda, uno spazio neutro, lontano da qualsiasi condizionamento politico, nato per dare sfogo alle loro passioni. Al primo posto, infatti, c’è la musica, con un palco libero per tutti dove trasferire le proprie emozioni, mostrando capacità e talento. La struttura, che gode del sostegno importante dell’amministrazione comunale, raggruppa le varie associazioni montecalvesi e ospita anche una piccola biblioteca oltre ad altre attività fra cui corsi di pittura. Vero motore di questa grande scommessa è l’associazione “Libera Mente”, guidata da Antonio Siciliano.«E’ stata una vera e propria scommessa, riuscire in un piccolo paese come Montecalvo Irpino, a coinvolgere in questo progetto, la cittadinanza e in modo particolare i ragazzi e la soddisfazione è vedere che i risultati ci sono stati». Un modello nuovo di associazionismo vero e proprio che porterà sicuramente i suoi frutti a lungo termine. «In questo angolo dell’Irpinia – continua Siciliano – lo è certamente. Abbiamo cercato di dare spazio a tutto ciò che poteva destare particolare interesse nei ragazzi, l’arte in generale, la cultura, per cercare di rendere questo spazio, il più possibile libero da qualsiasi influenza. Siamo un’associazione neutrale, distaccata soprattutto dalla politica, ci siamo riusciti, abbiamo avuto già grosse soddisfazioni e cercheremo di continuare ad andare avanti, su questa strada». “Libera Mente”, è un gruppo dinamico di giovani come detto che spazia su vari campi. «La passione di tutti noi – conclude il presidente dell’associazione – è la musica, ma ovviamente ci sono anche altri interessi importanti, verso settori come ad esempio lo sport, la cultura in generale e solidarietà». E’ questa dunque la vera faccia dei giovani, di quelli che si mettono in gioco, mostrando capacità e talento, riuscendo a tirare fuori il meglio di se stessi. Un sogno che si è realizzato grazie al grande sforzo da parte di tante forze messe insieme. E in questa scia di energia positiva, Montecalvo è sicuramente un modello da seguire. [Nativo]Redazione
[Crediti│Foto:Facebook - Testo:Ottopagine]
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La stazione di Corsano
La stazione di Corsano, situata nella bassa valle del Miscano, lungo la linea ferroviaria Napoli-Foggia, si trova in territorio di Apice, nei pressi della frazione Tignano, a circa 190 metri di altitudine. Il suo nome deriva dall’antico borgo di Corsano, appartenente a Montecalvo Irpino e posto sull’altra sponda del fiume Miscano. L’assenza di collegamenti attraverso il fiume, tuttavia, ha impedito nel tempo qualsiasi rapporto diretto tra la stazione e l’antico abitato.L’impianto, inizialmente dotato di un secondo binario destinato agli incroci, fu aperto al servizio viaggiatori nel 1942 e, dal 1946, anche al trasporto di piccole quantità di merci. La stazione serviva soprattutto le frazioni dei territori di Apice e Buonalbergo e, per molti anni, ebbe un traffico passeggeri prevalentemente locale.
Nel corso del tempo il numero dei treni in fermata si ridusse progressivamente: dai sei collegamenti giornalieri del 1955 si passò a quattro nel 1973 e a soli due nel 2007. Con la diffusione del trasporto su strada e il conseguente calo dell’utilizzo ferroviario, alla fine degli anni Novanta la stazione rimase senza personale in servizio. Dal giugno 2008 nessun treno vi effettua più fermata e lo scalo è stato definitivamente soppresso.
La struttura disponeva di un fabbricato viaggiatori e di due binari passanti, entrambi dotati di marciapiede. Oggi l’impianto non offre servizi ai viaggiatori e non dispone di parcheggio o di altri collegamenti pubblici.

Redazione
[Bibliografia di riferimento]
[Le stradeferrate – Wikipedia][Crediti│Foto:lestradeferrate.it / wikipedia]